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domenica 23 settembre 2018

1Cor Lezione IX (con appendice)



B - Modalità della risurrezione dei morti (1Cor 15,35-58)

I corinzi erano sempre disposti a presentare domande sul modo di comprendere il linguaggio della rivelazione nella loro cultura. E’ sempre difficile infatti pensare un futuro di gloria per l’individuo che vede corrompersi i corpi dei defunti nel sepolcro (anche se talvolta la tradizione della predicazione ha usato un semplificante linguaggio, è impossibile una “rianimazione del cadavere” che riprenda le condizioni naturali precedenti). Ma tutto dipende dalla concezione antropologica che abbiamo in mente (Posso rimandare a un mio studio “E’ urgente annunciare all’uomo d’oggi la risurrezione dei morti” nella rivista Euntes docete, 1985, n. 3, 299-309).
Richiamando il motivo espresso nei primi capitoli della lettera, san Paolo spiega che con la sola cultura (sapienza) umana è impossibile comprendere quello che Dio ci prepara per l’entrata in un mondo nuovo e definitivo (escatologico), nella nuova creazione, nell’altra vita, nella vita dell’holàm (eone, secolo, periodo di tempo) futuro.

San Paolo fornisce alcune risposte, fra le quali segnaliamo le seguenti:

1) L’esempio del  seme e dell’albero ci fa comprendere che risorgerà un altro corpo.
“Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito e a ciascun seme il proprio corpo” (….). “Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione / risorge nell’incorruttibilità,
è seminato nella miseria / risorge nella gloria,
è seminato nella debolezza / risorge nella potenza,
è seminato corpo animale / risorge corpo spirituale” (1Cor 15, 36-38; 42-44a).

2) Usando un’interpretazione “midrashica” (che non è certo freddamente “letteralistica”) san Paolo porta l’esempio dell’uomo (in ebraico: adàm) formato dalla terra (Genesi 2) e dell’uomo creato a immagine e somiglianza di elohìm (Genesi 1). Nell’Adamo san Paolo vede l’uomo attuale, nel nuovo Adamo vede il Cristo risuscitato, al quale noi saremo configurati.
“Se c’è un corpo animale vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che il primo uomo Adamo divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.. Il primo uomo  tratto dalla terra è fatto di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste così anche i celesti.  E come eravamo simili all’uomo terreno così saremo simili all’uomo celeste” (1Cor 15,44b-49)
Qui san Paolo usa il concetto “corpo” come equivalente di “uomo concreto”, con la sua totalità psico-fisica. Per cui:
- il corpo “animale” è segnato dalla fragilità, debolezza, peccaminosità, mortalità;
- il corpo “spirituale” è nuova creazione, eternamente vivificato nello Spirito.
        Nota. Poiché nella concezione semitica il concetto "carne" fa riferimento al "corpo animale", troviamo nel Credo apostolico "risurrezione della carne", e nel Credo Costantinopolitano "risurrezione dei morti" (Denzinger, n. 10 e 150).

3) San Paolo annuncia il “mistero” (una realtà superiore alla comprensione e alla realizzazione umana) che ricorda la Trasfigurazione transitoria di Cristo durante la sua vita terrena
“Ecco io vi annuncio un mistero (…..) tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter d’occhio  (….)  i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità (1Cor 15,51-53)
Conclusione solenne: “Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria (sulla morte) per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo” (1Cor 15,57).



UN AIUTO CHE CI VIENE DALL’APOCALISSE DI GIOVANNI

Nei due ultimi capitoli questo libro ci viene incontro per dirci che con la fantasia non siamo assolutamente in grado di spiegare il mistero del mondo totalmente nuovo che Dio ci ha preparato, nel quale scompaiono tempo e spazio. Se noi lo comprendessimo, non sarebbe totalmente nuovo. “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova” (21,1). “Le cose di prima son passate…..Ecco: nuove faccio tutte le cose” (21,4s)
Eppure, per farsi comprendere fra esseri terreni, l’autore deve fare ricorso ad alcune immagini. Dalle quali apprendiamo che vivremo sempre in Dio, sempre con Dio, nella sua luce, nella sua pace paradisiaca.
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini” (21,3). “Tempio non vidi in essa (Gerusalemme nuova): il Signore Dio, l’Onnipotente, insieme all’Agnello, è il suo tempio” (21,22)
“A colui che ha sete darò da bere dalla sorgente dell’acqua viva gratuitamente” (21,6). Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” (22,1). “I suoi servi a lui presteranno culto e contempleranno la sua faccia….perché il Signore Iddio spanderà su loro la sua luce” (22,3-5)
Per tornare a san Paolo: “Così per sempre saremo col Signore” (1Ts 4,17). E a Gesù: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43)
Una splendida riflessione di S. Agostino: “Tutta la gioia non entrerà nei beati; ma tutti i beati entreranno nella gioia”.
Comunque non possiamo dimenticare ciò che sta scritto: "Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto" (1Cor 13,12).

 

1Cor Lezione VIII



Credo nella risurrezione degli uomini

Il problema del dopo-morte è fondamentale e centrale per ogni uomo che pensa. La filosofia greca classica (Platone) lo risolveva coll’immortalità dell’anima.
Approfittando delle domande, delle critiche e dei falsi entusiasmi dei convertiti di Corinto, san Paolo tratta invece della sorte dei cristiani ponendo due questioni: E’ certa la realtà della risurrezione dei morti? (certe volte chiamando “corpo” l’insieme fisico-psichico dell’uomo)  Come potrà avvenire la risurrezione?

A - Certezza della risurrezione (1Cor 15,1-28)

I - Trattandosi di un argomento essenziale per la fede, san Paolo fa ricorso al fondamento assoluto del Cristianesimo: il mistero pasquale di MORTE-RISURREZIONE di Cristo (1Cor 15,1-11).

E’ il primo “credo” della Chiesa cristiana
Che si può chiamare kérygma (annuncio) , e anche evangelo.
San Paolo inizia con una serie di verbi o espressioni che mostrano la trafila della TRADIZIONE (perché la fede cristiana viene dal di fuori, per “rivelazione” divina):
evangelo da me ricevuto / a voi trasmesso-annunciato / da voi ricevuto / in cui state saldi / per cui ricevete la salvezza / da voi creduto

Le realtà sono due, seguite da altrettante (quasi) conferme (15,3-5):
                                “Vi ho trasmesso

                  che Cristo morì per i nostri peccati *
                             - e che fu sepolto
                e che fu risuscitato il terzo giorno *
                     - e che apparve a Cefa e ai Dodici”.

* “secondo le Scritture” (perché questa conclusione della storia della salvezza era stata implicitamente più volte annunciata già dai credenti ebrei negli scritti dell’Antico testamento)

In 15,6-8 elenca altri testimoni delle apparizioni oltre ai già nominati (che sono i fondamentali)
Attira l’attenzione su altri due illustri capi di chiese, in modo che ne risultino tre:
Pietro (l’unico appartenente ai Dodici, che per Paolo è apostolo dei giudei convertiti) / Giacomo (capo della chiesa madre di Gerusalemme) / Paolo stesso (apostolo, capo unico delle chiese ”ellenistiche” che si richiamavano ad Antiochia).
In 15,11 conclude solennemente: “Sia dunque io sia loro (gli apostoli) così predichiamo e così avete creduto”
In Gal 1,18s; 2,7-9 san Paolo ci tiene a dire che ha consultato ufficialmente gli altri due in momenti importanti per la via della Chiesa nascente.

II – 1) Posto questo fondamento ineliminabile, san Paolo conclude dicendo: se non credete nella risurrezione dei morti avete perso il contatto con la fede cristiana basilare.
“Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non si dà risurrezione dei morti? Se  non si dà risurrezione dei morti, neanche Cristo è risuscitato. Ma se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione, vana anche la vostra fede” (15, 12-14).
“Se noi abbiamo avuto speranza  in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini” (15,19).
2) Secondo argomento: “Come tutti muoio in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo” (15, 22).
Questo spunto sarà sviluppato nella seconda sezione.

sabato 18 agosto 2018

Sull'Evangelo (II edizione)



Cuore dell’Evangelo

Se prescindiamo dalle troppe polemiche della crisi modernista, dobbiamo riconoscere che la famosa affermazione del biblista ex-cattolico Alfred Loisy “Gesù annunciava il Regno, ed è venuta la Chiesa” – contrapponendosi al protestante Harnack che negava ogni continuità tra evangelo e chiesa - coglieva almeno a metà il problema centrale dell’identificazione del Cristianesimo: chi ha annunciato l’Evangelo e dove troviamo il cuore dell’Evangelo?

Seguendo una nuova cristologia più filantropica che teologica ci viene spesso annunciato che il cuore del messaggio e della funzione di Gesù  Cristo sta nel portare la “buona notizia” ai poveri e bisognosi. Se ne dà la prova citando tre ordini di testi riferibili a questi esempi:
a) Sul giudizio universale: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi mie fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Senza tener conto che i piccoli nel vangelo non sono sempre i poveri, bensì i bambini, i peccatori e i lontani (elàchistos significa anche il più insignificante)
b) “Lo Spirito del Signore….mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18).
Senza tener conto che qui l’evangelista usa una frase presa dalla terza parte di un libro profetico (Is 61,1)
c) “La più grande di tutte (le virtù) è la carità” (1Cor 13,13). Senza notare che in questo contesto G. Barbaglio, attingendo a G. Bornkamm, definisce l’amore-carità “il dono divino per eccellenza dei tempi ultimi”.
Mentre il primo comandamento dell'antica e della nuova Alleanza sarà sempre quello della carità globale, "Amerai il Signore tuo Dio....e il prossimo tuo" (Dt 6,5; Lv 19,18; Lc 10,27), il cattolico medio che, molto devoto alle neo-rivelazioni, ritiene superfluo approfondire la Scrittura, si compiace di aver seguito appieno la propria coscienza praticando la carità materiale.

            I
Ogni forma di rivelazione ha origine dal Padre e, nella Nuova Alleanza, viene attuata per mezzo di Cristo, Uomo e Figlio di Dio, e dello Spirito che è anima della Chiesa cristiana (la quale ne rappresenta il sacramento).


Dobbiamo prender atto che la rivelazione è costitutivamente progressiva. Infatti nelle due parti in cui si divide la Bibbia troviamo in molte forme le risposte ebraiche e cristiane alle grandi domande religiose dell’uomo. Tentiamo quindi di sintetizzare i momenti fondamentali in cui si è manifestata, nella linea principale, la rivelazione:
1 - La predicazione di molti profeti veterotestamentari descriveva una società ebraica del futuro da costruire secondo la bontà e la giustizia di YHWH che si sarebbe conclusa nel mondo nuovo promesso dall’apocalittica.
2 - Gesù di Nazaret annunciò una nuova configurazione del Regno di Dio, titolare della nuova alleanza (Geremia 31), da instaurarsi con la sua presenza e azione soprattutto in Israele. Inoltre l'atteggiamento "filiale" di tutta l'esistenza di Gesù fino all'ipotesi della morte del martire si può considerare una "manifestazione" della sua realtà divina filiale che avverrà alla Risurrezione.
3 – La comunità formata dai discepoli di Gesù a loro apparso vivo dopo la Crocifissione annunciò il Vangelo di Cristo concernente la manifestazione della figura e la realizzazione dell’opera salvifica per Israele e i popoli pagani nella sua Morte e Risurrezione
4 – Negli scritti del Nuovo testamento, in un periodo che comprende almeno mezzo secolo, la Chiesa apostolica fornisce la stesura dei gesti e detti del Gesù terreno  come erano stati “arricchiti” (per esempio nei titoli a lui attribuiti) da un'approfondita lettura dell’Antico testamento sotto l’azione rivelatrice dello Spirito effuso dal Risorto. “I nostri vangeli, in quanto genuine istruzioni per la predicazione, insieme al Gesù terrestre, portatore dell’annuncio, fanno parlare, ora più ora meno, anche il Gesù che è creduto come colui che è stato innalzato e che è annunciato dopo la Pasqua”  (A. Voegtle).
Per restringere il nostro obiettivo alla rivelazione cristica, dobbiamo ricordare una premessa fondamentale accettata nella Chiesa cattolica dal 1964-65 (Sancta mater Ecclesia, e Dei verbum): altro è quello che annunciava Gesù sul Regno e altro è quello che la Chiesa apostolica annunciava su Cristo. Lo spartiacque tra le due modalità è dato dall’evento del Mistero pasqua-pentecostale, ma la rivelazione fondante della fede cristica sarà comunicata alla Chiesa e stesa col carisma dell’ispirazione almeno sino alla fine del primo secolo (tradizione e redazioni del vangelo secondo Giovanni). Ricordiamo Lc 24,16.31: “I loro occhi erano impediti / furono aperti”.
I tre vangeli sinottici come li abbiamo oggi - che non sono certo i primi scritti della Nuova Alleanza – hanno avuto una storia di stesura durata per alcuni decenni. Da questa è possibile farci un'idea dello "sviluppo graduale della cristologia esplicita nel Nuovo testamento" (R. Brown). Quello che insegnava il predicatore Gesù si può cogliere, benché non con assoluta certezza, dalla forma primitiva del vangelo secondo Marco, separando quei detti e gesti che gli erano ricordati da una incipiente tradizione proto-ecclesiale.
L’arricchimento di un’espressione presuppone che un gesto o un detto venga compreso, alla luce dello Spirito della verità (vedi il duplice discorso di Cristo in Gv 14-16), da una fede crescente col passare degli anni di vita della Chiesa apostolica. Basterà qualche esempio di “approfondimento”:
-          “E non poteva fare là alcun miracolo, se non che, avendo imposto le mani a pochi ammalati, li curò” (Mc 6,5) / “E non fece là molti miracoli” (Mt 13,58) / L’espressione non compare in Luca.
-     "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29) / "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16) / "Il Cristo di Dio" (Lc 9,20). A proposito di "edificherò la mia chiesa" (Mt) nota Sand che la promessa "è contraddistinta come logion del Risorto".
-          “Ed erano assai, oltre misura, sbalorditi in se stessi, perché non avevano compreso il fatto  dei pani , ma il loro cuore era indurito” (Mc 6,52) / “Ora quelli che erano nella barca  si prostrarono davanti a lui dicendo: Veramente sei Figlio di Dio” (Mt 14,33).
-          “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Mc 10,18; Lc 18,19) / Perché m’interroghi su ciò che è buono?” (Mt 19,17).
-          “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora nessuno sa nulla, né gli angeli in cielo, né il Figlio, se non il Padre” (Mc 13,32) /  “Quanto poi a quel giorno e ora, nessuno sa nulla, né gli angeli dei cieli, né il Figlio, se non il Padre solo” (Mt 24,36) / L’espressione non compare in Luca.
-          “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34; Mt 27,46) / “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46).
Sul delicato problema della verità dei vangeli, concludiamo così con G. Jossa: "Una tensione, una dialettica costante si instaurano....tra il racconto storico e la comprensione teologica. (....) Tutta la vita di Gesù è interpretata ....messianicamente, come compimento misterioso della Scrittura. E colui che parla e agisce nel Vangeli non è semplicemente Gesù di Nazaret, ma è il Messia glorioso. Ma.....non soltanto per gli evangelisti il Cristo del kérygma  è... identico al Gesù terreno, ma...essi annunciano il Cristo della loro fede raccontandone proprio la vita terrena".

            II
1 – Come fa intendere S. Panimolle, nell’Antica Alleanza, nonostante l’intervento dei  profeti come Isaia, con le strutture istituzionali  non si era mai realizzato un regno “del cuore”, ma questo era rimasto retaggio dei fortunati e dei potenti.
In linea col più puro profetismo, Gesù annunciava per il “resto” d’Israele  la venuta prossima del Regno di Dio, superiore alla realizzazione storica che esso aveva avuto nell’epoca ebreo-giudaica, regno che comunque sarebbe venuto per la mediazione della sua persona.
Come dobbiamo interpretare “Venne Gesù nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e dicendo: Il tempo è compiuto e si è fatto vicino il regno di Dio; convertitevi e credete nel Vangelo (Mc 1,14s)”? Come scrive R. Fabris, Gesù non ha adoperato “vangelo”, “evangelizzare”, ma “ la tradizione primitiva ha trascritto l’attività di Gesù  rileggendola e interpretandola secondo questo modello linguistico missionario”. Sul famoso passo del discorso nella sinagoga di Nazaret "Lo Spirito del Signore (....) mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio" (Lc 4,18) lo stesso biblista invita a tener conto di un evidente "lavoro redazionale". E A. Poppi: "Il discorso nella sinagoga a Nazaret rappresenta per Lc il manifesto del regno, l'inaugurazione ufficiale del ministero di Gesù".

2 - Che cosa annunciavano i primi predicatori della Chiesa, a partire da Paolo?  Il kérygma, chiamato esplicitamente “Evangelo”,  era quello dell’identità e della missione di Gesù, Messia e Figlio di Dio, soprattutto manifestati nel Mistero pasquale. “Vi proclamo il Vangelo che ho annunciato e che voi avete ricevuto (….). A voi ho trasmesso (….) che Cristo morì per i nostri peccati (….) e che è risorto il terzo giorno….(1Cor 11,1.3). “Paolo (….) scelto per annunciare il Vangelo di Dio (…) che riguarda il Figlio suo (….) costituito  Figlio di Dio con potenza (…..) in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore” (Rom 1,1-4). Evangelo è “potenza di Dio per la salvezza di chi crede” (Rom 1,16). “Questi (segni) sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo e perché credendo abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,31).
C’è una preoccupazione in Gesù che produce queste espressioni in fasi ben diverse: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce attraverso la bocca di Dio” (Mt 4,4); “In verità, in verità vi dico: mi cercate non perché avete visto i segni ma perché avete mangiato i pani e vi siete saziati” (Gv 6,26)

Senza presumere di addentrarci nella "selva selvaggia aspra e forte" delle molte teorie sulla formazione dei vangeli, possiamo concludere con un ammonimento: attribuendo maggiore rilievo alle parole del Gesù terreno arriveremmo a costruirci, al posto del Cristianesimo, un liquido e banale “gesuanesimo”, che ammira Gesù sulla linea de “La buona novella” di F. De André, in cui si privilegiano gli apocrifi in confronto coi vangeli sinottici; o del musical “Jesus Christ Superstar” che suscita ancora entusiasmi. Possiamo ritoccare la frase di Loisy così: Gesù annunciava il Regno e la Chiesa apostolica annuncia l'Evangelo, cioè Cristo.
Badiamo però, come insegna papa Benedetto, a non contrapporre il Gesù terreno al Cristo nella gloria. Perché il primo è posto in continuità di sviluppo col secondo. "Storicamente è stata la sua risurrezione ad aprire l'accesso per la rivalutazione di tutto ciò che egli era stato nella sua vita terrena fino alla croce. Credere nel Risorto ormai non può non significare anche seguire il Terreno" (R. Penna). Mentre in una meravigliosa sintesi della cristologia paolina R. Schnackenburg afferma: "In talune formulazioni e motivazioni della parenesi paolina si possono ancora riconoscere singole parole di Gesù provenienti dalla tradizione dei vangeli e quasi filtrate e applicate a nuove situazioni....."


APPENDICE


Chi non si è aggiornato ai metodi esegetico-teologici che in casa cattolica sono stati accettati dall’Istruzione De historica Evangeliorum veritate emanata in data 21 aprile 1964 dalla Pontificia Commissione Biblica (che citerò mettendo fra parentesi i numeri marginali dell’Enchiridion biblicum) potrà trovare qualche difficoltà nel leggere alcune precedenti affermazioni, essendo allenato a tenere una catechesi per i semplici bambini. Forse la stessa persona s’inalbera sentendo parlare di modernismo, senza pensare che il suffisso di questo vocabolo lo fa distinguere da modernità, e si preclude la comprensione delle cento variazioni che si riscontrano nel libri della Prima Alleanza e dei tre vangeli sinottici. Non deve essere difficile comprendere che la verità assoluta esiste solo in Dio e che viene partecipata all’uomo, che è un essere strutturalmente storico.
Ecco spiegato il perché l’Istruzione non teme di parlare di metodo storico (due volte in 646) nello studio dei  vangeli.
Ivi si raccomanda di non esagerare il potere della comunità primitiva (647), benché ammettiamo che Dio si rivela gradualmente alla Chiesa apostolica che annuncia, predica e mette in scritto ciò che è ispirato.
“Gli apostoli” hanno “presentato ai loro uditori quanto Gesù aveva loro detto e operato con quella più piena intelligenza da essi goduta in seguito agli eventi gloriosi del Cristo e all’illuminazione dello Spirito della verità” (650). E citando Ireneo “Dopo che il Signore risuscitò dai morti e (gli apostoli)  furono rivestiti  dall’alto della virtù dello Spirito disceso su di loro, furono edotti intorno a tutte le cose ed ebbero una conoscenza perfetta…”  (653).
Passando al lavoro degli agiografi il documento osserva che essi ebbero la libertà di operare alcune scelte per diverse circostanze e necessità. E appoggiandosi ad Agostino afferma "Non va contro la verità del racconto il fatto che gli evangelisti riferiscano i detti e i fatti del Signore in ordine diverso e ne esprimano i detti non alla lettera, ma con qualche diversità, conservando il loro senso" (651).
        

domenica 27 maggio 2018

1 Cor Lezione VII



I CARISMI NELLA CHIESA

Dalla costituzione Lumen gentium, De Ecclesia, 12:
“Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma ‘distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui’ (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici (….). E questi carismi, straordinari o più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adatti e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione”.
Questo testo giustamente aggiunge lo strumento “spirituale”, sottolineato anche polemicamente dai cristiani protestanti, che noi avevamo trascurato nella sintesi ecclesiologica.

Nelle sue lettere San Paolo ne parla con termini vari, ma enumera nove carismi, oltre che in 12,8-10 (con alcune differenze), sistematicamente in 12,28-30, dividendoli in tre terzine:
apostoli / profeti / maestri
miracoli / guarigioni / assistenza 
governo / lingue parlate / lingue interpretate.

La profezia è il carisma che serve alla costruzione della Chiesa, ed è il “segno” per i credenti.. “I tre carismi fondamentali  stabiliti da Dio nella Chiesa sono quelli della Parola che stanno alla sua origine e favoriscono la sua crescita permanente” (Fabris)
Nel centrale capitolo 13 l’Apostolo dirà poi che il carisma eccellente e permanente è la Carità/Amore (agàpe)

Si tratta di doni spirituali, comuni o eccezionali, che Dio dà ad alcuni per la vita della Chiesa (mentre ricordo che i 6/7 doni dello Spirito Santo, ricavati da Is 11,2, sono orientati ad agire nell’intimo del credente)
I carismi sono molti, ma la fonte è unica: “Vi sono diverse ripartizioni di carismi, ma è lo stesso Spirito; vi sono anche diverse ripartizioni di servizi, eppure è lo stesso il Signore (Gesù risorto);  e vi sono diverse ripartizioni di operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti” (12,4-5)
Ma lo strumento comunicativo divino comune è lo Spirito (vedi 12,7-11). “Il primo criterio per discernere l’azione dello Spirito è la fede in Gesù Signore” (Fabris). Questo criterio deve mantenersi in qualsiasi fenomeno di pentecostalismo, neo-spiritualismo, eccetera, se vuole servire alla vita spirituale della Chiesa., senza trasformarsi in un “barricadero” anti-istituzionalismo.

La Chiesa non è come lo Stato; camminando con gli occhi verso il Cielo ma con i piedi immersi nella polvere del mondo, essa è una comunità di uomini che si presenta con una duplice dimensione:
-         è una società organica, cioè un organismo vivente (evitiamo la parola oggi poco gradita di istituzione), costituita da soggetti fondamentalmente uguali, ma con funzioni proprie e specifiche;
-         ma dev’essere anche società spirituale, animata dallo Spirito, coi doni della Fede e della Grazia.

E’ utile citare un testo importantissimo del Vaticano II (Lumen gentium, 8) sulla Chiesa: “La società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, la comunità visibile  e quella spirituale, la chiesa terrestre e la Chiesa già  in possesso dei beni celesti non si devono considerare come due cose diverse, ma formano una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino. Per una forte analogia quindi è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente unito,  in modo simile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo”.

Praticamente ì carismi si possono distinguere in conoscitivi (che servono per la Fede) e operativi (che servono per la Carità).
I corinzi stimavano quelli più appariscenti e straordinari (che possono anche non comparire nei vari periodi della storia della Chiesa, come la glossolalia che usa il linguaggio estatico, forse come “segno” per i non credenti), ma Paolo insiste sull’unicità della fonte divina e dello scopo ecclesiale, e dà la preferenza a quelli comuni (che sono sempre necessari durante la storia, come ad es. assistenza, governo)

La Chiesa è la comunità di Fede, Speranza e Carità e si pone alla sequela di Cristo Profeta, Redentore e Signore (ossia Maestro, Sacerdote e Re)

Leggiamo insieme la pagina altamente poetica, oltre che teologica e mistica, di 13,1-13.
L’inno ha tre parti:
-         Il confronto coi carismi (1-3)
-         Le qualità dell’agàpe (4-7)
-         Dichiarazioni e confronti sull’amore e sui carismi. (8-13).
L'ultimo versetto  sgnifica che le tre virtù teologali rimangono in questa vita, ma la carità è superiore perché "non avrà mai fine" (v. 8) e in quanto Dio è definito agàpe (1Gv 4,8-16).

sabato 21 aprile 2018

Prima Cor Sesta lezione



Istituzione dell’Eucaristia, Natale della Chiesa

Prenozioni metodologiche

La Bibbia non intende fare la storia e tantomeno la cronaca, ma è un testo religioso che ci offre l’interpretazione divina della storia al fine di procurare la salvezza dell’uomo.
Chi manca di preparazione specifica sull’interpretazione della Bibbia accetta che la storia della rivelazione cristiana inizi coll’Annunciazione del Signore (Lc 1) e concentra tutta la sua attenzione sulla ricerca delle parole pronunciate da Gesù durante la sua vita terrena e contenute nei tre vangeli sinottici. Chi si comporta così corre spesso il pericolo di scegliere esclusivamente quelle parole che si accordano con la sua precomprensione (vedi ad esempio il concetto di “vangelo”). Da una visione “teologica” risulta invece che il “big bang” della rivelazione è costituito dal Mistero pasqua-pentecostale che assume una dimensione trinitaria. Questo permetterà che una frase scritta dopo qualche tempo dagli eventi riferisca la comprensione del mistero che l'evangelista riceve  in seguito dallo Spirito di verità (cfr Dei verbum, n. 7). Ragion per cui la diffusione ecclesiastica della Parola di Dio inizia col discorso petrino a Pentecoste (At 2) e con la visione del Risorto sperimentata da san Paolo (At 9) e si estende soprattutto col suo epistolario, che rappresenta pressoché la metà delle Scritture della nuova Alleanza. Questa impostazione ci consente di ovviare a quella nostra plurisecolare mancanza di attenzione all'azione dello Spirito Santo (pensiamo ai cinque passi che gli dedica Giovanni nei capitoli 14-16 del suo vangelo) nella continuazione della missione del Gesù terreno.
Dobbiamo tener conto che l’istituzione dell’Eucaristia ci viene riferita in due tradizioni facilmente distinguibili: una di 1Cor e Lc, (antiochena), una seconda di Mc e Mt (gerosolimitana).

*   *   *

I - Specialmente dalla “svolta galilaica” (Mc 8), Gesù aveva chiaro il presentimento del finale tragico della sua vita: (vedi nei capitoli 8, 9, 10 di Marco le tre predizioni della sua Passione e Morte, dopo le quali una tradizione ecclesiale aggiungeva la Risurrezione).
I tre vangeli sinottici si riferiscono a una sola salita a Gerusalemme, nella Pasqua ebraica (probabilmente) dell’anno 30 (vedi come Lc 9,51 inizia il grande viaggio verso la Croce).
Gesù invita i suoi discepoli ad una Cena di supremo addio: Lc 22,14-18.
Chi vedeva la realtà sotto il solo aspetto umano poteva pensare che Gesù fosse morto perché condannato prima dal sinedrio degli ebrei e poi dal procuratore romano Ponzio Pilato.

II – Nella successione degli scritti del Nuovo Testamento però, col passare degli anni e decenni, si rende sempre più chiara la vera motivazione salvifica della Morte: Gesù offre tutto se stesso a Dio Padre per ottenere la riconciliazione dell’umanità con Dio e il conseguente perdono di tutti i peccati.
Nella lettera prima ai Corinzi (11,23-26) san Paolo ci riferisce una preziosa versione teologizzata del grande evento, che egli attribuisce a un intervento diretto di Dio. “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” (v. 23).
 Dopo circa 25 anni l’evangelista san Luca, suo discepolo, inserirà nel vangelo (22,19-20) il racconto con la sua motivazione teologica.

III - Qui cercherò (a mio rischio) di fare un missaggio tra Paolo e Luca (segnando in grassetto ciò che appartiene alla 1Cor):

“Il Signore Gesù  nella notte in cui era consegnato,
preso del pane, reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:
‘Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in mia memoria’
E prese il calice nello stesso modo dopo aver cenato,
dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue,
che è versato per voi;
fate questo ogni volta che bevete in mia memoria’
Perché ogni volta che mangiate questo pane e bevete il calice,
voi annunciate la morte del Signore finché venga”.

Da notare quel “per voi” che ricorre due volte in Luca.

IV - Contrariamente a quanto immaginiamo, san Paolo dopo la conversione-vocazione-missione, non si è dato immediatamente a una martellante propaganda del nuovo verbo, ma ha intervallato piccoli interventi con lunghe “notti” di recezione-riflessione su ciò che Dio gli andava rivelando.
D’altra parte è facile notare il passo analogo di 1Cor 15 in cui parla di Morte e Risurrezione: “A voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto” (v. 3; dove si trovano due verbi che ricorrono anche in 1Cor 11,23: paralambano, paradidomi); “(il vangelo) ciò che io ed essi proclamiamo” (15,11).
In Gal 1,11-12 Paolo fa rilevare che il suo vangelo “non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione (di’apokalypseos) di Gesù Cristo”.

V - Ecco perché il notissimo teologo Joseph Ratzinger scriveva che la Cena segna la nascita della Chiesa, con la sua unica finalità salvifica: perché annuncia la Morte del Signore (Kyrios) fino alla Parusia.
Il mistero pasqua-pentcostale si completa (Atti 2, 32-33) con il Risuscitamento di Gesù uomo, con l’effusione dello Spirito, da parte del Padre che gli dona nuova vita e perenne; coll’Effusione dello Spirito da parte del Risorto sugli Apostoli (Gv 20,21-23) e sulla Chiesa, che ha qui la sua “epifania” o manifestazione (Atti 2)[1].
Tanto che alla fine san Pietro può dichiarare: “Sappia con certezza  tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Messia (Kyrion kai Christon) quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36).
Abbiamo così il triangolo della Trinità divina: Padre Creatore – Figlio Redentore – Spirito Santificatore.
Il Corpo-Sangue immolati nella Cena sono realmente l’anticipazione sacramentale del Sacrificio di Cristo sulla Croce, dal quale è nata la Chiesa.

Tracce per la prosecuzione del discorso

Fino ad ora abbiamo contemplato il mistero del dono del Corpo-Sangue immolati (altare del Pane) di Cristo fatto alla Chiesa. Ma Gesù ci ha lasciato un altro grande dono: lo Spirito divinizzante (cattedra della Parola) che splendidamente Giovanni ci rivela nei discorsi dei cc. 14-16  nella Cena di addio, e nella sublime Preghiera filiale-sacerdotale del c. 17.
Qualcuno ci ha trovato lo schema liturgico della S. Messa, coi suoi due punti focali: Parola e Pane (Fede e Sacramento).

 Benché nel racconto non compaia la parola "sacrificio", possiamo trovarne il concetto in tre passi significativi:
- "nella notte in cui veniva consegnato-tradito" richiama il piano del Padre che ha destinato alla morte salvifica il Figlio Gesù; nel passo parallelo di Luca, si trova "che è dato (intendendo "in sacrificio") per voi":
- "alleanza nel mio sangue" richiama il sacrificio di sangue celebrato da Mosè in Esodo 24;
- "annunciate la morte del Signore" richiama ancora la morte salvifica da attualizzare fino alla parusia.



[1] Se vogliamo prestare attenzione, possiamo trovare in At 13,33 (“Dio ha compiuto [la promessa] risuscitando Gesù come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”) un parallelismo tra la nascita della Cristologia e la nascita dell’Ecclesiologia. Vedi anche Rm 1,4.

martedì 20 febbraio 2018

1Cor - Lezione V




Lettera I ai Corinzi -  Lezione quinta

Capitolo X :  La novità dei “mezzi di salvezza” cristiani

I teologi del Medioevo dicevano: “Cos’è la Chiesa? E’ la Fede e i Sacramenti della Fede”.

Per mettere in guardia i cristiani di Corinto dal pericolo di ricadere nell’idolatria del culto pagano, San Paolo fa un confronto tra gli aiuti salvifici del Popolo di Dio d’Israele e gli aiuti del Popolo cristiano, che è la Chiesa.

A – Nell’esodo dall’Egitto gli ebrei furono “battezzati” (come “immersi”) nel mare (il Mar Rosso), mangiarono la manna e bevvero l’acqua scaturita da una roccia “spirituale”. Di quest’ultima san Paolo dà un’interpretazione simbolica: era Cristo!
Nonostante tutto questo, gli Ebrei, per il loro rifiuto dei doni di Dio, furono castigati.
Non è difficile pensare a una prefigurazione dei due sacramenti maggiori come strumenti della salvezza di Cristo, che egli ha donato in gestione alla Chiesa cristiana: Battesimo ed Eucaristia.
1Cor 10,1-5

Nel versetto 10,11 l’Apostolo ci rivela un passaggio storico-salvifico di enorme portata: “Tutte queste cose sono state scritte per ammonimento di noi, per i quali è arrivata la “fine dei tempi” (Vedi Gal 4,4; 1Tm 4,1; Eb 1,1-2). Egli infatti divide la storia della salvezza dell’umanità in due periodi:
   1) Dal Mistero pasquale (Morte del Messia Risuscitamento operato dal Padre, Effusione dello Spirito) alla Parusìa (venuta nella gloria) di Cristo, quando è già offerta alla nostra libertà la salvezza “definitiva” (escatologicità qualitativa);
   2) Nel Regno eterno di Dio, quando ci sarà data la salvezza “finale”  (escatologicità quantitativa)
NB. Quest’idea è espressa anche in 1Cor 7,19-31 (Teniamo conto che al tempo di composizione delle Grandi Lettere le Chiese cristiane non avevano ancora chiaro il tempo della Parusìa)

B – Il Nuovo Popolo di Dio è “formato” nella partecipazione comunitaria all’Eucaristia.
San Paolo traccia un confronto chiaro: come il credente ebreo mangiando le carni immolate nel sacrificio è “in comunione” col relativo altare (1Cor 10,18), così nella Cena eucaristica il calice  è comunione col Sangue di Cristo, e il pane è comunione col suo Corpo (vers. 16).
NB. La menzione del sangue fa pensare subito alla forma sacrificale dell’Eucaristia. Così pure il richiamo alla koinonìa (comunione) fa passare al secondo posto la dimensione individualistica di questo che è il “sole” dei Sacramenti. Lasciatemi notare quanto l’ecclesiologia di Lutero sia deficitaria (manca della struttura di “mediazione”): per lui la Chiesa è solo “communio sanctorum”, non anche “mater et magistra.”

Nel vers. 17 san Paolo arriva, come in un preciso mosaico, a una conclusione grandiosa: “Poiché vi è un solo Pane, Noi siamo, benché molti, un solo Corpo (la Chiesa!): tutti infatti  partecipiamo all’unico Pane (eucaristico). E conclude sferzante: Non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni (vers. 21)
NB. Aveva ben ragione il cardinale Yves Congar che, mentre tutta l’apologetica cattolicheggiante parlava di Chiesa come “Papa e Vescovi”, aveva fatto la scoperta dell’anima semplice: la Chiesa è il Noi dei cristiani!

mercoledì 17 gennaio 2018

Castità del cristiano



I lettera ai Corinzi – Lezione Quarta: L’incesto e la fornicazione

Capitolo Quinto

I - Situazione: San Paolo ha notizia che un membro importante della chiesa di Corinto convive con la seconda moglie di suo padre; disordine proibito dall’ AT e dal diritto civile romano. Questo significa l’importanza che si attribuiva al vincolo matrimoniale.
San Paolo si considerava capo unico (con una certa analogia all’attuale “vescovo”, o “papa”) di tutte le sue comunità, nelle quali però poteva esistere un consiglio (diremmo) di disciplina.
Egli ha già deciso da lontano e comanda alla “chiesa” locale che il colpevole venga momentaneamente escluso dalla chiesa (cosa non propriamente identificabile con la “scomunica” giuridica dei secoli successivi; forse poteva concretarsi nell’esclusione almeno dall’Eucaristia), affinché la sua “anima” sia salvata nel giudizio di Cristo (la cui venuta allora si riteneva non troppo lontana). Si vede la necessità del pentimento e della conversione.
(cap. 5,1-5)

II – Qual è la giustificazione data a queste norme assai severe?  San Paolo avrebbe potuto ricorrere alla citazione del Sesto Comandamento della Legge di Mosè. Ma è convinto che la vita del cristiano deve essere fondata sulla nuova Pasqua. Nel centrale versetto di Rm 10,4 "Il termine della Torah è Cristo" si intende "termine" della Legge come strumento pedagogico, ma anche come "compimento", o pienezza della stessa Legge (cfr Gal 3,23-25; Mt 5,17).
Nella vecchia Pasqua degli ebrei si procurava una svolta che portava alla novità di vita religiosa: si allontanavano dalle case tutti i frammenti o pezzi del pane fermentato (che era perciò destinato a corrompersi), per introdurvi il pane nuovo, senza lievito (che dura più a lungo), e si immolava l’Agnello pasquale. Siccome l’Agnello veniva chiamato semplicemente “Pasqua”, San Paolo si fonda sull’immolazione di Cristo, l’Agnello della nuova Pasqua, ed esorta a vivere la vita nuova (cristiana) in e con Lui.
Il biblista Fabris (p. 35) nota che la morte di Cristo è spiegata con categorie “sacrificali”.
(cap. 5,6-8)

III – Qui san Paolo accenna a una lettera (precedentemente inviata) che non è contenuta nel NT. Ricorda non il dovere di non comportarsi come gli immorali “pagani” (il cui giudizio spetta a Dio), ma quello che riguarda gli immorali “cristiani” (e si dicono “fratelli”), il cui giudizio spetta alla comunità cristiana. Quel “non mangiare insieme” forse può alludere anche a quella che Paolo chiama (cfr. 11,20) la Cena eucaristica?
(cap. 5,9-13)

Capitolo Sesto

NOTA
Il concetto paolino di “uomo” non è vicino alla concezione dualistica della nostra antropologia “greca” (platonica, agostiniana), quella espressa nei catechismi popolari, per cui:
-          l’uomo è un Io, uno spirito, che chiamiamo “anima” (Ego animus), la quale è immortale dal suo inizio,
-          il corpo umano è uno strumento, che può esistere separatamente;
ma alla concezione unitaria dell’antropologia “biblica” AT e NT (e tomistica), secondo la quale l’uomo è spirito e l’uomo è corpo. L’uomo (la persona) “è un tutto costituito con diversi” (synolos = tutt'insieme), che risusciterà dopo la morte. Per cui la mente è la dimensione spirituale (metafisica) del cervello (fisico). - Esempio: Se uno m’incolpa di ferimento, non dico “Il mio dito non ha premuto il grilletto”, ma “Io non l’ho premuto”.
Alla morte avverrà (per ritornare al linguaggio dualista) la “separazione del corpo dall’anima”, o meglio: scomparirà da “questo mondo” il nostro “Io-Corpo”; ma Dio ce ne creerà uno totalmente “trasformato” per l’eternità, simile a quello del Cristo risorto. Notiamo che “trasformare” è il verbo usato dai tre sinottici (es. Mc 9,2)  per la Trasfigurazione, che san Paolo usa in 2Cor 3,18 per la nostra finale “trasfigurazione”.
Consiglio di meditare su Fil 3,20-21. Comunque vedremo meglio quanto si può capire di questo “mistero” di salvezza quando commenteremo 1Cor 15, 23-28. 47-49.
PS. 1) Ho preso qualche frase dalla chiara esposizione di G. Gozzelino Comunque ricordo che la struttura dell’uomo (antropologia) non è oggetto di rivelazione; la quale ci dice che l’uomo, comunque concepito, è salvato da Dio per mezzo del Signore Gesù Cristo.
       2) Chi fosse conturbato da questa visione "aperta" deve leggere la frase iniziale del n. 49 dell'Enciclica "Fides et ratio": "La Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre" (cfr nn. 95-97)
       3) La costatazione che i libri deuterocanonici dell'AT (esempio: Sapienza, Maccabei) si esprimono col linguaggio dualistico, che era in uso nel mondo ellenistico, mostra che il linguaggio è solo la custodia del contenuto.

Anche in questo caso san Paolo assume come fondamento della norma morale la centralità del Cristo risorto nella vita del cristiano, vera sintesi e completamento del contenuto del VI e IX Comandamento. Porta come prova AT l’unione personale (una sola “carne”) che la Genesi riconosce come effetto del mutuo congiungimento corporale.
(cap. 6,13c-18)

Ribadisce alla fine il concetto di base: l’uomo (i vostri corpi, voi)  è stato creato e redento dall’intervento di Dio e sarà richiamato a una vita nuova ed eterna.. Grazie e gloria a Lui
(cap. 6,19-20)

PS. Osserviamo che il vocabolo “soma” (per noi occidentali:”corpo”) ricorre ben 7 volte in tutto il brano 6,12-20 e significa sempre “uomo”, “persona”. Come pure “corpo” indica lo stesso individuo razionale che è espresso con “spirito”.
Osserviamo pure che “membra di Cristo” corrisponde essenzialmente a “tempio dello Spirito Santo”.

martedì 19 dicembre 2017

Letture della Messa del 20 dicembre



Ecco la vergine concepirà… (Isaia 7,1-17)

Questo brano importante (di cui oggi leggiamo solo cinque versetti: 10-14) è molto complesso, e forse mette insieme fatti avvenuti in due epoche diverse. E si parla di quattro regni in contrapposizione

Versetti 1-2
Situazione: siamo nell’anno 734 a. C.
I tre regni che si affacciano al Mediterraneo hanno la possibilità di opporsi al molto più potente regno di Assiria (in Mesopotamia)
Ma Damasco (Siria) e Samaria  vorrebbero essere aiutati nella rivolta dal re di Gerusalemme, Acaz. Ma questo re non voleva partecipare, anzi sperava in un aiuto dal re assiro.
I due re ribelli programmarono di sostituire Acaz con un altro re e marciarono contro Gerusalemme
Il re Acaz ha paura

Versetti 3-9
Dio ordina ad Isaia di promettere ad Acaz che i due re non riusciranno a cacciarlo
NOTA. Al v. 9b si trova una frase importante sulla fede: "Se non crederete, non resterete saldi"

Versetti 10-13
Acaz era ancora incerto – Isaia gli dice: Chiedi un miracolo (segno) come prova – Egli risponde: No

Versetto 14
Dio vi darà un “segno”: la giovane donna, la regina, genererà un figlio (che sarà re col nome di Ezechia; almeno seguendo l'interpretazione tradizionale dei capitoli 7, 9, 11 di Isaia)

NOTA. Nell’anno 722 il regno di Samaria sarà distrutto dall’Assiria

Il problema è che in ebraico si parla di “giovane donna”, mentre la Settanta (opera degli ebrei!) ha tradotto in greco con “vergine”. E san Matteo traduce: vergine
Però le indicazioni parlano di un miracolo (segno), dato a tutto il Popolo (vi), per ottenere (secondo la promessa di JHWH fatta a Davide) la continuazione della sua stirpe che darà alla luce il Messia d’Israele….

Insomma: Isaia (autore secondario) pensava ad Ezechia, ma Dio (autore principale) profetizza addirittura Gesù il Cristo. La cui Madre sarà Vergine

mercoledì 18 ottobre 2017

Composizione del NT (II ed.)



L’Evangelo, epifania dell’amore di Dio in Cristo e nella Chiesa
in quattro periodi del primo secolo



        Percorso dei vangeli

           Percorso parallelo
I - Missione fattuale e verbale del Gesù terreno (dall’Immersione nel Giordano alla Morte in Croce): tempo dell’incomprensione


II - Annuncio della Chiesa: Epifania messianica a partire dal Risuscitamento di Gesù il Cristo ed Effusione dello Spirito

1Ts,  Fil ; lettere maggiori di Paolo (il suo “vangelo”): funzione salvifica di Cristo  e vita morale del cristiano; orientamento verso l’eschaton
III - Lettura sapienziale in due fasi dei gesti e delle parole di Gesù:
- Mc: premessa alla storia della Passione;
- Mt e Lc: inserzione sullo schema-Mc della Fonte dei Logia
Ef, Col (orientamento verso il proton) più Ebrei (sacerdozio di Cristo) e Atti ( salvezza nella Chiesa)


IV - Teologia dei titoli : messianità (vangeli dell’infanzia) e filiazione (Giovanni)

Lettere pastorali e “cattoliche” (vita concreta della Chiesa) più Apocalisse (escatologità fra anticipazione pasquale e conclusione della storia)



CENTRO DELLA PRIMA CRISTOLOGIA

All’interno del primo discorso di Pietro, Luca ci offre le tessere di un mosaico che è addirittura la teologia del centro della Storia della salvezza proposta ai Giudei agli albori della Chiesa (Atti 2,22-24.32-33.36)


Triplice atto del mistero pasquale



MORTE: gli uomini hanno privato Gesù della vita terrena

Avete fatto crocifiggere per mano di pagani un uomo, Gesù il Nazzareno


RISUSCITAMENTO: Dio gli dona una vita superiore…
E ASSUNZIONE: …e lo introduce nell’ambito divino
Dio il Padre ha risuscitato questo Gesù conferendogli lo Spirito promesso
ed elevandolo alla sua destra.

CREAZIONE DELLA SOCIETA’ DELLA SALVEZZA: il Glorificato, ho éschatos Adàm (1Cor 15.45), dà vita alla Chiesa
Gesù glorificato ha effuso su di noi il suo Spirito

Conclusione di teologia biblica

Dio ha costituito Kyrion kai Christòn (Re-Messia) questo Gesù che voi avete crocifisso.

Poiché Kyrios significa sia Dio sia il Signore, questa base di riflessione “orienta verso il mistero di Gesù nella sua relazione a Dio” (vedi nota nella Traduction  Oecuménique de la Bible all’ultimo versetto citato; vedi anche la sintetica nota a Rom 9,5 ne La Bibbia di Gerusalemme)
La rivelazione implicita della Trinità diventerà esplicita, sotto la luce dello "Spirito della verità", nel proseguo della vita della Chiesa apostolica, specialmente nel vangelo e nella prima lettera di Giovanni
Questa lettura privilegiava le strutture relazionali.


                                   Perchè si applica ai vangeli il "metodo della scuola delle forme"?


Il problema ha angustiato anche s. Agostino, che usa l'ossimoro oraziano "concordia discors".
Perché le parole proprie di Gesù sono ambientate e modulate diversamente in maniera progressiva secondo il grado di comprensione della Rivelazione che riceveva la Chiesa apostolica in tre momenti: Marco / Matteo-Luca / Giovanni?
Perché la chiave interpretativa dell'autocomunicazione e manifestazione di Dio inizia ad operare dal Mistero pasquale, quando l'uomo Gesù è innalzato come Signore e Cristo alla destra del Padre, donde effonde il suo "Spirito di verità" che ispira le Scritture. Ciò consentirà anche a chi non conosce la vera teologia della Riverlazione di accettare questo principio: una frase contenuta nella Parola di Dio scritta alla luce dello Spirito è "più rivelazione" di un'espressione attribuita al Gesù terreno.


 Conclusione di teologia sistematica

Le grandi verità della Scrittura saranno dogmatizzate nel IV secolo, facendo ricorso a categorie concettuali greche, nei documenti solenni del magistero (per la Trinità, nei primi due concili ecumenici celebrati a Nicea e Costantinopoli).
Questa lettura privilegiava il fondamento ontologico.